Bitcoin: cos’è, come funziona e a cosa serve

Bitcoin: caratteristiche, funzionamento, utilizzo, storia e quotazioni della "moneta basata sul bit" che ha rivoluzionato il sistema finanziario globale. [...]
Josephine Condemi

Giornalista

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Cosa sono i bitcoin

Bitcoin è la più famosa moneta “virtuale”, o meglio, digitale: ideata nel 2008, generata l’anno successivo, significa letteralmente, dall’inglese, “moneta basata sul bit”, l’unità di misura del calcolo informatico. Non viene stampata, non ha un corrispettivo “fisico” ma viene coniata, distribuita e scambiata esclusivamente attraverso elaboratori elettronici.

Il sistema Bitcoin non comprende solo la moneta, ma anche: il codice informatico che ne specifica modi e limiti di funzionamento (il protocollo di comunicazione); il software open source progettato per implementare questo protocollo; la rete decentralizzata, peer-to-peer, di elaboratori (e di persone) che effettuano transazioni secondo il protocollo; il “libro mastro” che registra le transazioni avvenute ed è distribuito in copie uguali a ciascun partecipante alla rete. È con il Bitcoin che è nata la Blockchain.

Gli scambi di Bitcoin avvengono attraverso chiavi crittografiche, cioè di criptazione/decriptazione del codice della transazione: per questo, Bitcoin e le altre monete digitali vengono dette “criptovalute”. Non è possibile utilizzarle se non si hanno le chiavi del codice criptato di riferimento.

Il Bitcoin ha come simbolo ฿ e viene indicato sui mercati con i codici BTC o XBT. La quotazione di un bitcoin al 10 febbraio 2021 ha quasi raggiunto i 45.000 dollari statunitensi.

Bitcoin (BTC): grafico andamento criptovaluta in tempo reale

Dati da CryptoCompare API

Bitcoin (BTC): prezzo quotazione criptovaluta in tempo reale

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Come funzionano i bitcoin

I Bitcoin possono essere generati e scambiati grazie alla blockchain, un sistema che combina l’architettura di rete peer-to-peer, la crittografia e diversi incentivi all’azione.

La blockchain è un registro aperto e distribuito (“distributed ledger”) che contiene le transazioni del sistema: ogni partecipante collegato alla rete ne riceve una copia. La rete è peer-to-peer, ovvero decentralizzata: tutti gli elaboratori condividono le proprie risorse di calcolo e memoria. Ogni computer è un nodo della rete, che monitora automaticamente quello che succede sul registro ma non può modificarlo da solo.

Video: Bitcoin spiegato: come funzionano le criptovalute? – BBC News (inglese)

Ogni partecipante alla rete riceve due chiavi crittografiche, una pubblica e una privata, legate da una funzione matematica che assicura la corretta codifica/decodifica del messaggio. La chiave pubblica serve a ricevere, quella privata a inviare. Esempio: A invia con la propria chiave privata un bitcoin all’indirizzo (la chiave) pubblico di B, che viene usato per criptare la transazione. Ma B, per ricevere, deve innanzitutto decriptare il messaggio e usare la propria chiave privata, una “firma” che conferma la transazione.

A questo punto, la transazione viene segnalata a tutti i computer della rete, che verificano la disponibilità in bitcoin di A consultando il registro aperto: quando la rete darà il consenso, attraverso un algoritmo chiamato proof-of-work, la transazione verrà autorizzata e B riceverà davvero i bitcoin.

La transazione verrà quindi registrata nel gruppo delle più recenti. Ogni gruppo è un blocco, incatenato ai precedenti: ecco perché il significato letterale di blockchain è “catena di blocchi”.

Il collegamento tra blocchi avviene attraverso marcatori temporali e una funzione algoritmica di identificazione univoca chiamata hash che rende le transazioni registrate immodificabili.

Il passaggio da un blocco all’altro prevede l’emissione di nuovi bitcoin, distribuiti ai nodi più veloci a risolvere i calcoli necessari a verificare le transazioni. Nodi che vengono per questo chiamati “miners”, minatori. Più la blockchain si allunga, più i calcoli diventano elaborati e costosi in termini di tempo e potenza computazionale.

Quali sono le caratteristiche dei bitcoin?

Volatilità

I bitcoin non sono “agganciati” ad alcuna quotazione oggettiva né a un mezzo di scambio stabile: sono, quindi, estremamente volatili. Proprio questa volatilità, secondo gli esperti, non consente al bitcoin di essere una moneta vera e propria ma solo un mezzo di scambio. Non a caso, per superare questo problema sono nati gli stablecoin. Oscillazioni del 10-20% in pochi giorni sono comuni per i bitcoin. Negli ultimi 12 mesi, la quotazione di un bitcoin è passata da 9.000 a circa 37.000 euro. Ma ricordiamo anche che nel dicembre 2017 un bitcoin valeva quasi 10.000 euro e 4 mesi dopo, ad aprile 2018, la metà.

Decentralizzazione

I bitcoin sono indipendenti da qualsiasi autorità governativa: anche se una parte della blockchain venisse attaccata/disattivata, i bitcoin continuerebbero a circolare.

Autoproduzione

I bitcoin non vengono emessi da autorità terze o terze parti, ma generati automaticamente ogni dieci minuti all’interno della blockchain e distribuiti ai nodi più veloci a risolvere i calcoli correlati. I calcoli sono sempre più difficili ed elaborati, le emissioni sempre più rare. La produzione è iniziata nel 2009 e terminerà nel 2140.

Scarsità

Il protocollo di comunicazione prevede che il numero massimo di Bitcoin in circolazione non potrà mai superare i 21 milioni: raggiunta quella quota, l’autoproduzione si arresterà automaticamente. Non solo, per mantenere la rarità della moneta, la ricompensa per i miners si dimezza ogni volta che 210mila blocchi vengono aggiunti alla blockchain, cioè, finora, ogni 4 anni. Un dimezzamento che viene detto halving: è successo nel 2012, nel 2016, nel 2020. E i premi sono passati da 50 a 6,25 bitcoin circa.

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Fungibilità

I bitcoin sono fungibili, cioè beni intercambiabili di cui conta il valore assegnato piuttosto che l’oggetto individuale.

Incorruttibilità

I bitcoin non sono attaccabili dagli agenti atmosferici e le transazioni registrate sulla blockchain non sono modificabili.

Non rifiutabilità

A transazione avvenuta, non è possibile riottenere i propri Bitcoin, a meno che il ricevente non voglia spedirli indietro. La blockchain garantisce la certezza della ricezione del pagamento.

Velocità

Le transazioni di bitcoin sulla blockchain in peer-to-peer avvengono in maniera quasi istantanea.

A cosa servono?

I bitcoin servono ad eseguire transazioni dirette senza l’intervento delle istituzioni finanziarie. Il sistema non necessita infatti di garanzie di autorità terze sull’affidabilità delle transazioni ed è pensato per evitare le doppie spese, ovvero l’utilizzo per due volte dello stesso importo per lo stesso motivo a causa di duplicazioni e falsificazioni.

Lo scambio non ha costi aggiuntivi, è valido per qualsiasi cifra, può essere effettuato in qualsiasi momento ed eseguito quasi istantaneamente, garantisce l’anonimato delle parti. Infatti, le chiavi crittografiche non consentono di risalire all’identità del possessore del portafoglio virtuale.

Viceversa, la transazione è trasparente e il registro è pubblico, quindi, in teoria, è possibile risalire all’ammontare del denaro di ogni singolo portafoglio, anche se non al suo possessore.

Il bitcoin per le sue caratteristiche viene utilizzato nel dark web come valuta per acquistare armi o droga: il 3 ottobre 2013 l’FBI chiuse Silk Road, il mercato della droga online, e sequestrò 3,6 milioni di dollari in bitcoin.

La Direttiva UE 2018/843 del Parlamento Europeo sulla prevenzione del riciclaggio e del finanziamento al terrorismo ha riconosciuto ufficialmente le criptovalute ma ha stabilito che tutti i provider di servizi di portafoglio digitale debbano applicare controlli sulla clientela, anti- anonimato.

In Italia è quindi possibile pagare con Bitcoin, criptovaluta regolarmente tassata. Su www.coinmap.it è possibile visualizzare cosa e dove: Milano è capofila con 65 tra ATM, esercizi commerciali e prestazioni professionali, segue Roma con 46 e Napoli con 31. Si passa dalle lezioni personalizzate di yoga (anche via Skype) agli studi legali e di architettura, dai ristoranti alle gioiellerie, dai servizi di ristrutturazioni e idraulica a quelli psicologici. Non manca chi, nel mondo, come un medico di New York, accetta bitcoin come pagamento del test a domicilio per il Covid-19.

Bitcoin

L’e-commerce di Microsoft accetta bitcoin, su Amazon si possono usare per le gift card o per i pagamenti attraverso un servizio di terze parti, Purse. L’anonimato fa del bitcoin un mezzo di pagamento molto usato per l’industria pornografica: Mindgeek, la società lussemburghese che possiede, tra gli altri, YouPorn, Pornhub, RedTube, è stata tra le prime ad accettare criptovalute tra i propri siti.

A giugno 2020, Mastercard ha annunciato l’introduzione di una carta di debito basata su bitcoin in collaborazione con BitPay. A ottobre, PayPal ha dichiarato l’intenzione di consentire la compravendita e/o il possesso di criptovalute sulle proprie piattaforme negli Stati Uniti per poi inserirle come opzioni di pagamento all’interno del proprio circuito. La società ha ottenuto una “Bitlicence” condizionata, la prima nel suo genere, dal Dipartimento dei Servizi Finanziari dello Stato di New York, e verrà affiancata da un fornitore di criptovalute, la Paxos Trust Company. Al momento del pagamento, la criptovaluta verrà convertita nella valuta nazionale del ricevente, cosicché l’azienda incassi soldi “veri” e non “digitali”.

L’8 febbraio scorso la casa automobilistica Tesla ha comunicato alla SEC, la Consob americana, di avere investito 1,5 miliardi di dollari in bitcoin e di voler accettare pagamenti in criptovaluta nel prossimo futuro.

Tuttavia, i dubbi relativi all’estrema volatilità dei bitcoin sui pagamenti restano: a transazione eseguita, in poche ore, il potere d’acquisto può cambiare.

La prima transazione reale con bitcoin come valuta di scambio è avvenuta a maggio 2010: un programmatore della Florida pagò due pizze 10mila bitcoin. Oggi 1 bitcoin vale quasi 55.000 dollari ma già a novembre dello stesso anno la quotazione crebbe a mezzo dollaro. Sei mesi dopo, il pagamento di quelle due pizze equivaleva a 5.000 dollari.

Attualmente, l’utilizzo più comune per i bitcoin è il trading finanziario, la compravendita dell’asset per trarre profitto da una crescita del suo valore. Rischi di bolle speculative inclusi.

Da dove vengono i Bitcoin: la loro storia

Il dominio bitcoin.org è stato acquistato il 18 agosto 2008, nel pieno della crisi finanziaria da mutui subprime (Lehman Brother sarebbe fallita il mese successivo).

Il 31 ottobre dello stesso anno, fu inviato il paper “Bitcoin: un sistema di moneta elettronica peer-to-peer” a “The Cryptography Mailing List” del sito metzdowd.com, una mailing list specializzata in crittografia.

Il paper era inviato e firmato da Satoshi Nakamoto. “Satoshi”, in giapponese, significa “un pensiero chiaro, veloce, saggio”. “Naka” può significare “medium”, “dentro” o “relazione”. “Moto”, “origine” o “fondamento”. Uno pseudonimo, per un’identità (singola? di gruppo?) che non è mai stata svelata.

L’abstract del paper spiegava come una versione peer-to-peer di denaro elettronico avrebbe permesso pagamenti disintermediati, ovvero eseguiti senza il placet di una istituzione finanziaria. Soprattutto, la soluzione individuata da Nakamoto, che metteva insieme esperienze precedenti come Hashcash di Adam Back (1997) e B-money di Dai Wei (1998), risolveva per la prima volta il problema della doppia spesa, cioè l’utilizzo per due volte dello stesso importo per lo stesso motivo a causa di duplicazioni e falsificazioni. Un problema che neanche il Bit Gold di Nick Szabo (1999), l’esperimento più vicino al Bitcoin, era riuscito a risolvere.

Back, Dai Wei, Szabo erano vicini in modi diversi al movimento cypherpunk, nato tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, che come punto di apertura al proprio manifesto (1993) inseriva la necessità della privacy nell’epoca elettronica come prerequisito di una società aperta, e quindi non autoritaria. Da qui, l’uso della crittografia per creare un sistema di transazioni alternativo che non lasciasse traccia dell’identità dei propri utenti.

Nel 1999 l’autore postcyberpunk Neal Stephenson aveva pubblicato “Cryptonomicon”, un romanzo dalla trama a due filoni paralleli che ruota intorno ad un giacimento d’oro nascosto dai nazisti, che alcuni hacker vogliono utilizzare per creare una moneta elettronica e, idealmente, combattere la dittatura attraverso la crittografia.

Nove anni più tardi, alla mail di Nakamoto rispose lo sviluppatore e attivista crittografico Hal Finney, a cui fu inviata la beta del software in lavorazione. Nakamoto e Finney iniziarono a collaborare: il 3 gennaio 2009 Nakamoto chiuse il “blocco zero” della catena e ricevette come ricompensa 50 bitcoin, il “Genesis Block”.

Il 9 gennaio Nakamoto inviò alla mailing list la versione 0.1 del software, che conteneva l’emissione dei bitcoin ogni 10 minuti e la progressiva difficoltà dei compiti di “ricompensa” per ottenerli, nonché il limite di emissione dei 21 milioni. Il 12 gennaio Nakamoto inviò 10 bitcoin a Finney per assicurarsi che la blockchain funzionasse: fu la prima transazione in bitcoin della storia. Il 22 novembre Nakamoto aprì il forum Bitcoin Talk.

bitcoin

La prima transazione nel mondo reale avvenne nel maggio 2010: in Florida, il programmatore Laszlo Hanyecz pagò 10mila bitcoin per due pizze. A novembre dello stesso anno, la valuta digitale raggiunse la quotazione di mezzo dollaro. A dicembre Nakamoto pubblicò l’ultimo post su Bitcoin Talk, annunciando il rilascio della versione 0.3.19 del software Bitcoin.

A febbraio 2011 il valore del bitcoin raggiunse 1 dollaro. Ad aprile, Nakamoto inviò una mail a Gavin Andresen, uno dei più importanti sviluppatori del progetto, esortandolo a sottolineare la dimensione open-source del sistema. Andresen rispose spiegando di essere stato contattato a tenere una conferenza dall’IQT, società di investimenti strategici di interesse nazionale finanziata dal Governo statunitense e che avrebbe reso pubblica questa richiesta per evitare cospirazioni. Nakamoto non risponderà mai a questa mail. Dichiarerà nel corso dello stesso anno di essere passato ad altri progetti e di aver lasciato Bitcoin in “buone mani” con Andresen.

Il 2012 si aprì a gennaio con il più grande furto di sempre (più di 46mila bitcoin) alla società di hosting Linode e si chiuse a dicembre con il primo exchange autorizzato come banca europea, Bitcoin central. A novembre, il primo halving, il dimezzamento della ricompensa per i miner da 50 a 25 bitcoin.

Nel 2013 il sequestro da parte dell’FBI del mercato della droga online Silk Road fece crollare il titolo, che iniziò l’altalena sui mercati. Nel 2014 Charlie Shrem, ad del servizio di exchange americano BitInstant e vicepresidente della Bitcoin Foundation venne arrestato per riciclaggio di denaro sporco in relazione a Silk Road. Nello stesso anno la piattaforma di scambio più grande al mondo, Mt.Gox, andò in bancarotta.

Nel 2015 fu lanciato il primo exchange regolato dagli Stati Uniti, Coinbase. A luglio 2016 avvenne il secondo halving, con le ricompense a 12,5 bitcoin per blocco estratto. Nel 2017 il bitcoin passò a 1000 a 2000 dollari in poco più di 3 mesi, e si divise in due valute derivate, Bitcoin (BTC) e Bitcoin Cash (BCH). Fu l’anno in cui la Cina adottò le prime misure per vietare le piattaforme straniere di scambio di criptovalute. A fine dicembre 2017, in 24 ore, la quotazione passò da 20.000 a sotto i 14.000 dollari, che diventarono 8.000 tra gennaio e febbraio 2018.

Anche il 2018 è stato anno di altalene, dagli 8.000 dollari di luglio ai 3.000 di dicembre. Nel 2019 la quotazione è passata da meno di 4.000 dollari (gennaio) a poco più di 7.000 (dicembre). Il 2019 è stato anche l’anno del raggiungimento della quota dei 18 milioni di bitcoin emessi, l’85% del totale.

Nel 2020, la quotazione ha oscillato dai 10.000 dollari di fine febbraio ai 5000 dei primi di marzo, fino ai 10.000 di maggio e i 12.000 di luglio, poi i 10.000 di agosto e i quasi 20.000 di fine novembre. A maggio 2020 è avvenuto il terzo halving: un blocco estratto viene oggi ricompensato con 6,25 bitcoin.

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