Criptovalute e privacy, un rapporto contrastato

Gli altcoin orientati alla privacy stanno vivendo un periodo difficile, poiché garantiscono l’anonimato delle transazioni meglio di quanto non facciano i Bitcoin [...]
Francesco De Luca

Cyber Security Analyst CISSP

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JPMorgan ha affermato di recente di aver creduto da sempre nel potenziale della blockchain e nelle criptovalute, purché opportunamente regolate, e ciò riguarda ovviamente anche la questione della privacy. Questa tecnologia non è solo parte integrante delle valute digitali, ma ha permesso di pensare ad applicazioni che vanno da tutto l’universo della finanza per arrivare anche alla politica, come ad esempio in Estonia, primo paese a dotarsi di una tecnologia per il voto elettronico che Steve Schneider, direttore del Surrey Center for Cyber ​​Security definisce “stato dell’arte”.

E dovendo fare di necessità virtù, anche PornHub, bannato da Visa e MasterCard, ha aggiunto il supporto per i pagamenti in BNB, DOGE, USDC e XRP insieme a Bitcoin, Ethereum, Monero e ZCash in nome della libertà e del diritto alla privacy (e tutto sommato anche per continuare a macinare profitti).

Su tutto un altro fronte, addirittura il World Economic Forum nella sua “Davos Agenda” ha sdoganato le criptovalute, affermando che stiano apportando una reale ventata di democrazia nella giungla economica dove quasi due miliardi di persone non hanno accesso al sistema finanziario tradizionale, non possono proteggere il loro denaro né avere accesso a strumenti e servizi per la creazione di ricchezza o pianificare efficacemente il loro futuro.

L’halving del Bitcoin

Le ultime montagne russe del prezzo del Bitcoin hanno infiammato i mercati e riacceso l’interesse verso forme di investimento che, sempre più spesso, vengono proposte come alternative a oro e argento, ma verso le quali si nutre ancora una certa diffidenza dettata soprattutto della scarsa conoscenza dell’argomento. E chi ha il naso sul mercato e lo annusa costantemente, spinge verso nuovi tipi di cripto, più esotiche, con più potenziale e con caratteristiche che etichettano gli “antichi” Bitcoin come “altcoin uno-punto-zero”.

Ma è importante capire quanto il reale potenziale delle criptomonete sia drogato dalle regole di domanda, offerta e scarsità.

A causa della natura della blockchain, il numero totale di Bitcoin che possono essere estratti nel processo di mining è fissato a 21 milioni. La criptovaluta è letteralmente bloccata nel sistema e i minatori, aggiornando le operazioni nella blockchain, ne sbloccano altra. Tutto questo lavoro è destinato a terminare nel 2140, quando verrà estratto l’ultimo Bitcoin.

Per limitare l’offerta e mantenere gli incentivi per il mining, il sistema è impostato in modo che ogni tanto la quantità di nuovi Bitcoin sbloccabili venga dimezzata, il cosiddetto “halving”.

Finora, abbiamo assistito a tre dimezzamenti. Dopo il primo, nel 2012, il prezzo è aumentato di circa l’8.000% nei 12 mesi successivi! Dopo il secondo, nel 2016, i prezzi del bitcoin sono aumentati di circa il 2.000% nei 18 mesi successivi, trascinando molte altre criptovalute che sono aumentate anche di più del Bitcoin, mentre il terzo halving è avvenuto a maggio dell’anno scorso.

Di conseguenza il numero di BTC estratti durante il mining è sceso da 12,5 a 6,25 per ogni blocco, mentre l’offerta è aumentata di poco più del 2% nel 2020 (un minimo storico) e si prevede che aumenterà ancora meno nel 2021.

Domanda in crescita nel 2021

In compenso, la crescita della domanda dovrebbe accelerare nel 2021, guidata dall’introduzione di nuovi strumenti finanziari derivati, da un più ampio sostegno da parte delle banche centrali e un crescente riconoscimento del Bitcoin come merce di negoziazione digitale.

E cominciano a circolare news come quella che in Cina, metropoli come Pechino e Shanghai stiano progettando di partire con dei progetti pilota per promuovere la CBDC (Central Bank Digital Currency). Controllati direttamente dalla banca centrale cinese, le criptovalute diventeranno a tutti gli effetti una forma di “moneta sovrana digitale” avallata dal governo.

Contestualmente, la Svizzera ha inaugurato una nuova era per l’industria degli asset digitali con una legge entrata in vigore il 1° febbraio. Il “Blockchain Act” stabilisce una solida base giuridica per lo scambio di asset digitali e la tokenizzazione, combattendo al contempo il fenomeno del riciclaggio di denaro in valuta digitale. La legge è stata approvata nel settembre 2020, con i legislatori svizzeri che hanno tenuto il passo con i loro vicini del Liechtenstein, tra i primi a sviluppare regolamenti sulle altcoin.

D’altra parte, l’evidente crescita della domanda unita a una scarsità programmata del bene, fanno sì che i prezzi delle criptovalute siano destinati a salire.

ZCash e il protocollo “conoscenza zero”

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Sappiamo che la fortuna degli altcoin 1.0 è derivata principalmente dalla loro decentralizzazione, che le ha rese difficili da controllare e condizionare.

Adesso che le criptovalute hanno consolidato la loro posizione tanto da essere annoverate tra i beni rifugio in sostituzione (o in copertura) dei metalli preziosi, ci si comincia a concentrare su un’altra caratteristica particolare: la privacy.

Siamo stati recenti testimoni dell’esodo da WhatsApp verso Signal, a seguito di una modifica della politica sulla privacy: centinaia di migliaia di persone in tutto il pianeta, temendo per la sicurezza delle loro conversazioni, sono corse ad iscriversi ad un servizio di messaggistica fino a quel momento sconosciuto ai più. Contestualmente Twitter e Facebook sono stati al centro di un infuocato dibattito su libertà di parola e censura, il che ci porta a osservare che questa catena di eventi abbia evidenziato un profondo cambiamento nel modo in cui gli utenti attribuiscono alla privacy un ruolo centrale..

Un altro indicatore della rinnovata attenzione alla libertà di transazione è rappresentato da un recente tweet di “Whitehouse”, un marketplace del darkweb, che ha annunciato che non avrebbe più accettato pagamenti in Bitcoin, optando per Monero a tutela dei dati di venditori e compratori. Ma cosa c’è dietro il successo di questi altcoin e ai miglioramenti in campo privacy?

Il protocollo “Zero-knowledge”. Amir Taaki, che lavora da più di dieci anni a perfezionare le tecniche di anonimizzazione delle criptovalute, sostiene che la tecnologia zero-knowledge sia probabilmente l’invenzione più rivoluzionaria dopo quella dello stesso Bitcoin e che abbia ispirato tutta una serie di applicazioni orientate alla privacy assolutamente inimmaginabili in precedenza.

Questo protocollo utilizza metodi matematici per eseguire delle verifiche, senza la necessità di condividere o rivelare i dati ad essi collegati. Pensando ad esempio al nostro “cashback di stato”, immaginiamo una app di pagamento che accerta solo se avete abbastanza denaro sul conto per un pagamento, ma che contestualmente non riveli alcunché sul vostro saldo. O un’altra che possa confermare la validità di una password senza doverla elaborare direttamente.

Infatti, i protocolli Zero-knowledge si basano su stime probabilistiche, ovvero non mirano a dimostrare qualcosa con la completa certezza, ma forniscono piccoli pezzi di informazioni non collegabili che possono essere aggregati per comprovare la validità di un’affermazione ritenendola “estremamente probabile”.

Quindi già adesso è possibile adottare questi protocolli per convalidare le transazioni di criptovalute sulla blockchain, senza rivelare i dati del wallet collegato, o dove sia stato inviato il denaro, o quanta valuta sia passata di mano. Tutte informazioni che invece sono incorporate in criptomonete come il Bitcoin.

Il rovescio della medaglia

Questi progressi hanno il potenziale per rivoluzionare non solo il mondo delle criptovalute, ma introducono un cambiamento profondo nel modo nel quale interagiamo con il web. La rete è pervasa da strumenti di raccolta di dati e monitoraggio: in cambio dell’utilizzo di un servizio, i dati vengono raccolti dalle aziende per scopi sempre più surreali, come la previsione e il controllo del comportamento degli utenti, ma questi dimostrano di diventare sempre più consapevoli come testimonia l’impennata di download di TorBrowser, utilizzato per la navigazione anonima e non tracciabile, aumentati del 180% nell’ultimo anno.

Eppure, sebbene l’ecosistema delle criptovalute abbia il potenziale per sfidare questo paradigma, non si tratta di un’alternativa a costo zero: nell’ultimo anno la crittografia è stata al centro di molti dibattiti ed è opinione diffusa che si sia vicino a un robusto giro di vite normativo.

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Janet Yellen, Segretario al Tesoro USA (Fonte: Wikipedia)

Non aiutano le dichiarazioni Janet Yellen, segretario del Tesoro USA che a gennaio, rispondendo a una domanda durante la sua udienza di conferma al Senato, ha dichiarato che le criptovalute sono “una preoccupazione particolare”. Infatti, secondo la Yellen, che successivamente ha rivisto qualche punto della sua dichiarazione, le attività digitali sono utilizzate principalmente per il finanziamento illecito e il riciclaggio di proventi criminali.

In realtà, anche se ci sono evidenze che gli altcoin siano utilizzati nel finanziamento del terrorismo, questo non rappresenta il quadro generale. Un recente rapporto di Chainalysis ha rivelato che nel 2019 solo il 2,1% di tutte le transazioni di criptovalute sono andate in attività delittuose e che questo valore è sceso a un mero 0,34% nel 2020 (circa 10 miliardi di dollari dell’intero volume di transazioni di criptovalute del 2020).

E l’ONU stima che tra il 2% e il 5% del PIL globale (cioè tra 1,6 e 4 trilioni di dollari in valuta fiat) vada in finanziamenti illeciti e riciclaggio di denaro ogni anno. Per dipingere un quadro più chiaro, l’attività criminale che utilizza le valute fiat è 160 volte superiore alla sua controparte cripto.

E rimanendo dalla parte dei “buoni”, l’American Cancer Society ha istituito un fondo per le donazioni in criptovalute, con l’obiettivo di raccogliere almeno 1 milione di dollari entro i primi mesi del 2021. Pur non trattandosi evidentemente di terroristi, hanno deciso di accettare donazioni non solo in bitcoin, ma anche in ZCash, Basic Attention Token (BAT) e Chainlink (LINK), a ulteriore tutela della privacy dei donatori.

Ma è possibile che la stessa criptomoneta utilizzata per fini benefici sia contemporaneamente demonizzata dai legislatori?

Pare di sì: all’inizio dell’anno Bittrex Global, un importante exchange orientato alla sicurezza, ha annunciato che avrebbe eliminato dai suoi listini criptovalute come Monero, ZCash e Dash attirando sulla sua scia numerosi player molto più grandi.

I delisting delle cripto “privacy oriented” sono un fenomeno a livello mondiale, soprattutto nei paesi asiatici come la Corea del Sud e il Giappone. In Europa, dove i regolamenti sulla privacy come il GDPR sembrerebbero più aperti verso questi asset, registriamo le dichiarazioni del governo francese che ha esplicitamente raccomandato di vietare gli altcoin. Analogamente in Olanda i nuovi regolamenti sull’antiriciclaggio hanno creato pesanti barriere all’adozione di tali strumenti e ne hanno fatto le spese le criptovalute sicure come Monero.

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Robert Novy

Negli USA già da un paio di anni il vicedirettore dell’ufficio investigativo dei servizi segreti Robert Novy aveva sottolineato che il tasso crescente di utilizzo delle criptovalute da parte dei truffatori “in schemi criminali che minano l’integrità dei sistemi finanziari e di pagamento, il loro uso in casi di frode, e il loro uso generale come mezzo di riciclaggio di denaro”, fosse un fenomeno preoccupante. E gli exchange, che i qualche modo devono pur continuare a fare profitti, non hanno protestato più di tanto e hanno eliminato Monero e ZCash dalle valute negoziabili.

Sembra che la tutela rigorosa dell’anonimato nello scambio di criptovalute, abbia come unico scopo di favorire il riciclaggio. Eppure, strumenti come Monero e ZCash offrono numerosi vantaggi garantendo una effettiva sicurezza dei dati finanziari.

All’inizio di quest’anno, sono stati molti gli endorsement per le tecnologie a garanzia della privacy, da parte di un certo numero di figure di alto profilo che vanno da Edward Snowden a Elon Musk che ha annunciato un investimento da 1,5 miliardi di dollari in Bitcoin per diversificare, a Naval Ravikant il quale ha twittato “Adottate Signal, approfondite lo studio delle criptovalute più sicure, abbracciate l’open source e fate di tutto per mantenere il vostro anonimato online”.

Proprio come le VPN, Tor, HTTPS e la crittografia end-to-end nei messaggi sono ormai considerati strumenti di protezione standard, è plausibile che la tecnologia a protezione della privacy nelle criptovalute possa essere accettata anziché demonizzata?

Conclusioni

Assistiamo a un estenuante tiro alla fune tra i legislatori e la comunità cripto: la sfida è quella di venire incontro sia agli interessi di chi contrasta il crimine e il riciclaggio che a quelli di coloro che pretendono un legittimo anonimato sulle loro transazioni finanziarie.

E, a onor del vero, sia ZCash che Monero supportano una tecnologia chiamata “view keys” che consente comunque di rivelare i dettagli di una transazione o di un intero wallet, tutelando comunque l’anonimato. È verosimile che insieme alla necessità di regolamentare le criptovalute, gli altcoin “privacy oriented” saranno pesantemente ridimensionati.

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Tuttavia, proprio come Bitcoin ha avuto un insperato successo prima della sua adozione a livello istituzionale, Monero ZCash et similia potrebbero continuare a crescere e prosperare e, in ogni caso, vale la pena di tenerle sotto osservazione.

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