Criptovaluta di Stato, l’idea c’è ma è ancora lontana

Una quindicina di banche centrali stanno ragionando sulla creazione di una Central Bank Digital Currencies (CBDC) cioè una criptovaluta di Stato, ma sarà difficile imitare il modello vincente del bitcoin: resta lo scoglio insuperabile della necessaria rinuncia al controllo sul valore emesso [...]
Paolo Nardella

team manager blockchain Consulenza e Risorse

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Quindici banche centrali starebbero valutando congiuntamente la creazione e l’adozione di una blockchain per dar vita a una versione digitale delle loro valute. Alcune, come quella russa, sono già passate all’azione. Ma ha davvero senso parlare di “criptovaluta di Stato” e perché le banche centrali non hanno sfruttato gli esempi virtuosi già in circolazione?

Proviamo a fare il punto.

La blockchain ha eliminato la necessità di garanti

Qualche tempo fa, l’allora presidente del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, suggeriva l’istituzione di una Central Bank Digital Currencies (CBDC) cioè una criptovaluta di Stato. In prima battuta l’input del fondo monetario internazionale fu ben accolto da alcuni stati digitalmente avanzati, primo tra tutti l’Estonia che però immediatamente dopo aver annunciato la volontà di istituire una CDBC fece dietrofront, e da quel momento nulla di nuovo nello scenario occidentale.

Oggi tra le 15 le banche centrali mondiali che starebbero discutendo in merito all’adozione della criptovaluta di Stato, ve ne sono alcune, come ad esempio la banca centrale cinese, che fino a qualche tempo fa e soprattutto con riguardo al concetto di valuta digitale non solo avevano espresso  forti dubbi ma addirittura posto dei veti, in una vera e propria sorta di proibizionismo. Oggi invece la Cina insieme a Svezia, Norvegia, Canada, Singapore, India, Ecuador, Tunisia e altri paesi è quasi sul punto di sedersi attorno a un tavolo per pianificare come e quando istituire una CBDC.

Questo perché è ormai fuori dubbio che la blockchain, il registro che valica i confini nazionali basato sul peer to peer, sicuro e incensurabile, che ha trasformato il concetto di fiducia, è in grado di archiviare e custodire tutte le transazioni che avvengono all’interno della rete e soprattutto è in grado di far venir meno la necessità di terze parti “garanti” (come le banche commerciali o appunto le banche centrali).

A proposito di questa possibilità c’è chi sostiene, appunto, che la corsa a una valuta digitale di Stato da parte delle banche centrali sia dettata dalla paura di venire tagliati fuori dalla gestione delle transazioni, poiché le stesse con la blockchain avverrebbero esclusivamente tra privati.

Altri invece sostengono che le istituzioni finanziarie siano alla ricerca di metodi tecnologici per abbattere i costi e aumentare la sicurezza, anche sostenendo che il denaro digitale non solo è più economico, ma renderebbe, vista l’alta tracciabilità, difficili le attività illecite tra cui evasione e riciclaggio oltre ad aumentare la velocità e l’efficienza dei sistemi di pagamento.

Poco convince però questo ultimo assunto, anche se oggettivo e realmente condivisibile. Più convincente invece appare l’idea che uno degli obiettivi principali degli enti centralizzati sia quello, di fronte a un fenomeno inarrestabile, di conservare il ruolo principale nella gestione del valore. Il rischio concreto infatti, è quello che asset digitali come il bitcoin possano tagliare fuori le banche permettendo ai privati di effettuare transazioni finanziarie internazionali, istantanee, sicure e senza limiti temporali e soprattutto con commissioni bassissime.

Criptovaluta di Stato è quasi un ossimoro

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Il concetto di proprietà o gestione diretta della criptovaluta da parte di qualcuno è, in effetti, un ossimoro. Infatti, la criptovaluta (bitcoin ne incarna l’essenza) ha la caratteristica di essere open source, oltre che di essere basata su un network di “volontari” che ha già sostituito in pieno (tecnologicamente) il vecchio sistema di pagamento: è più veloce, efficiente e soprattutto decentralizzata senza la necessità di nessuna istituzione, senza nessun finanziamento statale e senza nessuno che debba gestirla o controllarla.

Tenendo presente che le caratteristiche della “criptovaluta” sono quelle appena elencate e che già risolvono pienamente i problemi che le banche centrali vorrebbero risolvere istituendo una CBDC che senso ha cercare una valuta di Stato? Il problema forse è il controllo? Per caso la valuta di Stato sarebbe decentralizzata e distribuita? Il problema è forse l’alta volatilità che sarebbe invece risolta da un dollaro virtuale?

Tether e stablecoin, perché non se ne parla

In realtà, forse non tutti lo sanno, ma il cripto-dollaro già esiste e ci sono aziende che hanno già sfruttato la blockchain per fare viaggiare dollari “virtuali” con lo stesso sistema delle banche centrali. A sostegno dei gettoni virtuali rappresentativi del dollaro ci sono dollari cartacei, chiamiamoli “tangibili”, custoditi in una banca, che garantiscono costantemente la copertura pari a 1 a 1 con i “token” emessi.

Questi token rappresentativi di dollari circolano liberamente oltre tutti i confini nazionali. Un esempio è il Tether, criptovaluta nata nel 2014 e con un sottostante di circa 6 miliardi di dollari, già accettata e riconosciuta da moltissime piattaforme commerciali. Perché non se ne parla? Quello che le banche centrali vogliono fare, esiste già, è collaudato, e potrebbe essere utile allo scopo in quanto risolve il problema della volatilità, infatti si chiama stablecoin.

Ma qual è il vero problema delle banche centrali? Perché non hanno sfruttato l’idea data da Theter nel 2014 acquisendo così gli input da un esempio virtuoso che poteva già portare a uno stato avanzato i progetti di valuta digitale di stato?

Semplice, Theter non si controlla e non l’hanno creata le banche e in barba a tutti i vantaggi che potrebbe avere, oggi l’utilizzo di una moneta digitale resta lo scoglio della decentralizzazione e dell’assenza di controllo.

Allo stato attuale sebbene si professino interessate, le grandi banche frenano dichiarando che sebbene l’utilizzo di valute virtuali dedicate alle finalità specifiche delle banche centrali sicuramente rappresenti una nuova frontiera degli strumenti di politica monetaria non convenzionali, allo stesso risulta difficile nell’immediato accettare il rischio collegato alle caratteristiche di questi strumenti.

Un esempio reale: l’e-dinar russo

Non tutte le banche centrali però restano alla finestra a guardare l’evolversi dalla situazione, alcune fanno anche il primo passo, scostandosi dal tipico atteggiamento attendista che abbiamo imparato a conoscere.

In Russia per esempio è iniziata l’emissione della prima valuta elettronica, l’e-dinar, lontanamente paragonabile ad una valuta virtuale ma nata dal gruppo di russo di sviluppo della cripto Universa.

Ma perché l’e-dinar è solo “lontanamente” paragonabile a una valuta virtuale?

In primis perché nell’e-dinar il mining è centralizzato, quindi controllato, e poi perché la quantità complessiva di moneta circolante è legata alle emissioni della banca centrale, per cui “inflattiva o deflattiva a comando” e non deterministica, ma allo stesso tempo è sicuramente un passo avanti verso una rappresentazione digitale di valore basata su blockchain in cui è comunque contemplata una piccola remunerazione per la validazione delle transazioni.

Il sistema di pagamento cambia, infatti il modo di utilizzare e trasferire questa nuova rappresentazione digitale di valore è diverso rispetto a quello delle comuni carte di credito dove la valuta e gli importi disponibili vengono regolati periodicamente (ogni mese o settimana). Al contrario con lo e-dinar la transazione avviene in modo istantaneo, esattamente come con il contante.

Gli altri vantaggi che conta di conseguire la banca centrale Russa (che sarebbero poi gli stessi per tutte le banche centrali) vanno dalla semplice eliminazione dei costi di produzione della moneta cartacea alla riduzione dei processi di antifalsificazione e soprattutto la riconciliazione immediata dei dati relativi alla massa monetaria circolante, oltre che la possibilità di sistemi di conversione automatica della valuta digitale di stato in altre valute con tassi di cambio predeterminati, facilitando così le transazioni internazionali, soprattutto (interesse geopolitico) con i paesi Nord-Africani che stanno progettando una soluzione simile.

Conclusioni

Allo stato quindi è di fatto in atto una corsa alla creazione di una CBDC ma sarà difficile imitare il modello vincente del bitcoin moneta e del Bitcoin protocollo/ecosistema perché si presupporrebbe la volontà delle banche centrali di rinunciare al controllo sul valore emesso e credo che questo sia lo scoglio insuperabile.

In ogni caso gli sviluppi sono giornalieri e a parte l’impennata del bitcoin dopo la notizia del coronavirus cinese, a oggi non vi sono notizie di azioni immediate da parte degli enti più potenti al mondo se non la manifestazione di volontà di approcciare più seriamente a questo nuovo fenomeno economico.

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