ICO, Collesano: “Mercato promettente, ma occhio alle truffe” - Blockchain 4innovation
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ICO, Collesano: “Mercato promettente, ma occhio alle truffe”

Antonello Salerno

“All’inizio di quest’anno i capitali raccolti tramite Initial coin offerings sono stati probabilmente superiori a quelli investiti  per venture capital. In Italia ce ne sono state poche, ma hanno dato risultati importanti. Ad esempio Friendz, appena chiusa la sua Ico, aveva raccolto 22 milioni di euro, mentre in tutto il primo trimestre di quest’anno gli investimenti sulle startup dei venture capital ammontano a 25 milioni: è un dato indicativo delle potenzialità di questo strumento come risposta alle difficoltà che le nuove imprese incontrano per ottenere finanziamenti dai canali tradizionali”.

Lo dice in un’intervista a Blockchain4Innovation Alessandro Collesano, financial advisor e indipendent business consultant con più di venti anni di esperienza, oltre che startup  start-up advisor e mentor. Collesano ha contribuito nei giorni scorsi all’organizzazione di “FintechInnovation” come curatore e chairman, la due giorni organizzata all’auditorium Parco della Musica di Roma da Innovacamera, la società della Camera di commercio di Roma che organizza MakerFaireRome, e che ha dedicato un panel ad hoc proprio alle Ico.

Collesano, perché negli ultimi mesi si parla così tanto di Ico?

L’Ico offre molti vantaggi, ma bisogna innanzitutto sgomberare il campo dall’idea che sia un percorso semplice: ci sono una serie di attività simili a quelle necessarie per la quotazione in Borsa, che richiedono strutture giuridicamente solide e rapporti con gli investitori prima, durante e dopo il lancio dell’Initial coin  offering. Diventa uno strumento di raccolta di capitali perché se le cifre sono queste, con una sola startup che ha raccolto in un mese quasi quello che le altre startup insieme hanno raccolto in un trimestre, è chiaro che è uno strumento al quale le startup, e non solo loro, guardano con interesse. Ultimamente anche PMI più mature e con grandi clienti hanno in corso o programmano Ico, perché spesso fanno fatica a trovare capitali di rischio e capitale bancario. Inoltre l’investimento nelle Ico è abbastanza liquido, nel senso che se si vuole uscire talvolta basta andare su un exchange dove convertire in euro o in dollari o in altre cryptovalute. Dall’altra parte è necessario fare molta attenzione, perché le truffe si moltiplicano.

Quali sono le criticità da considerare lato imprese e lato investitori?

Oggi molta gente investe con trappa facilità nelle Ico, dopo aver letto due comunicati pubblicitari, un white paper incomprensibile e aver guardato un video su Youtube, e questo non è un comportamento razionale. Ma anche gli imprenditori devono fare attenzione, perché girano molte proposte di consulenti che contattano le aziende proponendo loro di fare una Ico, e alcune sono poco serie. Per questo sarà sempre più importante dotare le persone degli strumenti per distinguere le cose serie dalle truffe, e capire quando lo strumento è indicato per la propria azienda. Oggi non si può non parlare di blockchain e cryptovalute, altrimenti lasceremmo gli imprenditori in balia del primo consulente che si presenta, con il rischio che possa trattarsi di un imbroglione.

Quali punti evidenzierebbe se dovesse dare un consiglio agli imprenditori e ai potenziali investitori che si avvicinano al mondo delle Ico?

Un investitore prima di tutto deve conoscere l’azienda, capire chi è che sta facendo una proposta: la società, il team, il modello di business. Secondo: capire cosa si sta comprando. Perché quell’azienda emette un token o una cryptovaluta? Per finanziarsi? Ce l’ha nel suo modello di business? In alcuni casi avere uno strumento di remunerazione per la propria community fa parte del modello di business, in altre invece l’Ico è un puro strumento di finanziamento. Inoltre alcuni token si chiamano utility token, e sono connessi al valore della prestazione o del bene che si compra. Altri invece sono dei security token, in pratica si sta uno strumento finanziario , e quando si investe in una startup è chiaro che si sta facendo – in entrambi i casi – un investimento molto rischioso. Proprio per questo l’altro concetto chiave è diversificare gli investimenti, senza mettere mai troppi soldi su un solo progetto. L’Ico va vista come un crowdfunding evoluto, liquido elettronico, veloce, digitale, scambiabile, ma sempre un crowdfunding.

E per le aziende?

Può essere uno strumento indicato per chi ha nel proprio modello di business dei meccanismi di circolazione del valore, di remunerazione, ma è necessaria un’organizzazione molto accurata. Conosco molte aziende che avevano un prodotto valido e sono fallite perché non avevano il marketing. In una Ico, come una campagna di crowdfunding, è assolutamente indispensabile concentrarsi sul marketing, sulla comunicazione con gli investitori. Se ti manca quello puoi avere il miglior business possibile ma avrai poche possibilità di successo. Si deve avere qualcuno che si occupi di investor relations, esattamente come accade per le quotazioni in borsa, si deve parlare con gli investitori. La complicazione ulteriore è la frammentazione, anche geografica. Altrimenti è meglio non imbarcarsi in una Ico, perché tra l‘altro è un procedimento che costa, che richiede investimenti preliminari rilevanti in termini di risorse, tempo, persone, consulenti. Proprio per questo direi che non tutte le aziende sono indicate per imbarcarsi in una Ico.

Le truffe. Dal punto di vista delle regole a che punto siamo? Si riesce a individuare regole efficaci ma che non “ingessino” troppo il sistema?      

E’ un tema complesso, per questo a Fintech Innovation abbiamo voluto coinvolgere esperti giuridici internazionali. Quello che emerge oggi è che in Italia le Ico non si fanno: gli italiani che vogliono farle vanno in Svizzera. Il tema secondo me è che con un pizzico di regolamentazione potrebbe essere uno strumento interessante, che inoltre potrebbe favorire la dematerializzazione degli investimenti e delle quote delle società e delle startup, indipendentemente dalle Ico. E’ un settore che vale la pena regolamentare per prevenire comportamenti fraudolenti, ma è molto promettente. C’è da aggiungere che il fenomeno ha avuto una grande esplosione lo scorso anno, ma che secondo alcune statistiche negli Stati Uniti il 70% delle Ico è fallita. Hanno raccolto ma non hanno deliverato il prodotto. Questo in parte è connaturato con il fatto che si tratta spesso di startup, con tutti i rischi connessi.

Può essere considerata come una conseguenza naturale del fatto che non si tratta di un settore di mercato ancora “maturo”?

E’ sicuramente così. E questo è uno dei motivi per cui abbiamo voluto che durante Fintech Innovation ci fosse una sezione interamente dedicata alle Ico: nei settori nascente infatti spesso ci si lancia con entusiasmo, e alle prime difficoltà poi si butta via tutto, e c’è una grande nebbia in cui spesso si verificano le manipolazioni. Le Ico esistono da poco tempo, stiamo passando una fase altalenante, però secondo me c’è una possibilità che diventino una prassi abbastanza consolidata una volta messe a punto alcune cose.

 

Giornalista dal 2000, dopo la laurea in Filologia italiana e il biennio 1998-2000 all’Ifg di Urbino. Ho iniziato a Italia Radio (gruppo Espresso-La Repubblica). Poi a ilNuovo.it, tra i primi quotidiani online nati in Italia, e a seguire da caposervizio in un’agenzia di stampa romana. Dopo 10 anni da ufficio stampa istituzionale sono tornato a scrivere, prima su CorCom, nel 2013, e poi anche per le altre testate del gruppo Digital360. Mi muovo su tutti i campi dell’economia digitale, con un occhio di riguardo per cybersecurity, copyright-pirateria online e industria 4.0.

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