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Verso una Blockchain 2.0, più vicina alle imprese

Marco Ottolini

Se si volesse fare un bilancio dell’anno che si sta per concludere, per quanto riguarda il mondo Blockchain, molti si fermerebbero alle quotazioni delle principali criptovalute, scese di circa il 90%, o al volume di denaro raccolto dalle ICO, che dopo il picco di giugno è sceso del 95% negli ultimi due mesi. Nella realtà, al netto dei disastri finanziari di quello che per alcuni è sempre stato solo una versione digitale di uno schema Ponzi, il mondo blockchain è più vivo che mai e sta cambiando pelle, tanto da poter già essere nominato Blockchain 2.0.

Nei nei mesi scorsi si sono tenuti a Milano tre eventi importanti, Blockchain Forum, Salone dei Pagamenti e la presentazione dello studio Blockchain for Business della Casaleggio Associati, che hanno consentito di mettere a confronto gli operatori del settore e verificare lo stato dell’arte della tecnologia e la sua applicabilità al business.

La blockchain per i processi di business

Il cambiamento, se si vuole, è proprio qui, ovvero nel passaggio da strumento di mera speculazione finanziaria e poche applicazioni nel mondo aziendale, a mezzo tecnologico che in prospettiva può rivoluzionare tutti i processi business e di relazione tra persone, imprese ed istituzioni.

Il difetto peggiore che ha finora impedito l’impiego della blockchain in ambito business è stato senza dubbio l’alta volatilità dei corsi delle criptovalute, con associato un costo troppo elevato per singola transazione. Impiantare un processo di business su Ethereum, per esempio, avrebbe avuto costi di transazione troppo alti rispetto a tecnologie tradizionali e qualora fosse anche stato usato per condurre una transazione economica, sarebbe stata assoggettata al rischio di cambio, che proprio la storia dell’ultimo anno ha dimostrato essere assolutamente non sopportabile. La drammatica riduzione dei valori, che porterà anche a un cambiamento nel governo reale delle blockchain con un consolidamento dei maggiori miner, potrebbe essere visto come un segnale di aggiustamento degli eccessi dell’anno scorso, ma nulla purtroppo vieta che il passato si ripeta.

Stable coin e blockchain permissioned

Le soluzioni che si sono affacciate nel corso del 2018 che concretamente potrebbero far avvicinare il mondo del business ad un uso effettivo della tecnologia blockchain sono essenzialmente due: stable coin e blockchain permissioned.

  • Le prime sono criptovalute il cui valore è ancorato a una moneta fiat di riferimento e di conseguenza non espongono i partecipanti al rischio di cambio. Si tratta di iniziative lodevoli ma che, almeno nelle prime incarnazioni, hanno presentato più di qualche difetto. Si pensi a Tether, un Ethereum con valore ancorato al dollaro, che è sotto investigazione da parte della SEC, l’ente di controllo americano, anche se non per il meccanismo in sé ma per pratiche scorrette.
  • Le blockchain permissioned invece sono sistemi in cui l’algoritmo di consenso non necessita di remunerare miner distributi e sconosciuti, ma si basa su una pre-selezione dei partecipanti che hanno anche l’onere di creare nuovi blocchi con costi di transazione molto più leggeri.

Per il nucleo di appassionati storici, queste soluzioni non possono essere tecnicamente definite blockchain perché viene meno il concetto di “distribuito, senza controllo”, ma al tempo stesso il business preferisce fidarsi di qualcuno conosciuto piuttosto che fidarsi del nulla che ha prodotto uno strumento non adatto.

Quante blockchain ci saranno?

A questo punto le aziende hanno gli strumenti per poter impiegare la tecnologia blockchain a proprio vantaggio, ma la domanda successiva, in un mercato estremamente frammentato, diventa: quale scegliere?

La gran parte degli osservatori ritiene che ce ne saranno quattro o cinque principali, ma si tratta probabilmente di una valutazione che ha più a che vedere con le esperienze passate in ambito tecnologico che non con la realtà attuale della tecnologia. Che si tratti di sistemi di database o di motori di ricerca, la storia recente ha dimostrato che all’inizio si parte da un unico pioniere, poi cresce rapidamente il numero di chi lo emula per poi stabilizzarsi attorno a un numero ridotto di piattaforme, ognuna leggermente specializzata in qualcosa. In alcuni casi, per esempio nei motori di ricerca o nei social network, si arriva invece alla cancellazione dei concorrenti a favore di un unico monopolista, ma questo è dovuto alle scelte dei consumatori: in ambito business invece si riesce quasi sempre a mantenere una pluralità di fornitori.

Un valore che aumenta in proporzione al numero di chi la usa

Rispetto ad altre tecnologie, però, la blockchain ha valore se impiegata all’esterno di un’azienda e il suo valore cresce con l’aumentare del numero di chi la usa. In questo senso è più simile a un social network che non a un database. C’è quindi da aspettarsi che si arrivi ad avere un’unica blockchain?

E’ certamente possibile, ma non in tempi brevi. A causa dei due aspetti che hanno finora impedito di utilizzare blockchain come Ethereum per sviluppare progetti di business: molte aziende si sono rivolte a soluzioni alternative (in massima parte blockchain di tipo permissioned) dando vita a universi a sé stanti non interoperabili. Se avranno successo, ci troveremo ben presto con centinaia di blockchain diverse usate in processi di business mission critical che non sarà poi così facile ridurre in una qualche forma di “blockchain unica”.

Fornitori di blockchain

IBM è una delle aziende che cercano di proporre al mercato delle blockchain che rappresentino già un ecosistema cui connettersi, in una logica di cloud di nuova generazione.

L’azienda che vuole realizzare un proprio progetto blockchain ha di fronte la scelta della tecnologia da usare (Ethereum, Eos, Iota, ecc.), dello sviluppo della logica applicativa sotto forma di smart contract e poi del sistema in cloud attraverso il quale rendere disponibile il servizio. La proposta di IBM parte dal proprio sistema di cloud per rendere disponibili, già preconfigurate, delle blockchain permissioned fino ad arrivare a veri e propri ecosistemi già operativi, per esempio nell’ambito della logistica. Si tratta di un cambiamento di paradigma significativo perché un’azienda che opera in ambito logistico, potrebbe usare da subito un sistema in cui operano i suoi partner e nel quale l’investimento di sviluppo sarebbe limitato a qualche personalizzazione. Con l’ovvio vantaggio per i clienti di operare con un sistema unico in cui sono presenti una molteplicità di fornitori. E’ chiaro che in una situazione di questo tipo, in cui nella sostanza il proprio sistema informativo è messo in comune con quello dei propri concorrenti, l’elemento competitivo si sposta sull’efficienza dei processi e sull’impiego creativo della quantità di informazioni a disposizione.

Il settore bancario ha già dovuto, per sua natura, realizzare un ecosistema di questo tipo, con scambio continuo di dati tra i diversi attori e in molti casi di condivisione delle risorse stesse.

Sia, forte di alcune esperienze maturate con i progetti Anticipo Fatture e Spunta Banca, oltre che alla partecipazione al consorzio Finsec, ha predisposto una piattaforma, chiamata SIAChain, a favore delle banche, della pubblica amministrazione e delle imprese che si compone di una serie di macroblocchi che consentono di attivare soluzioni basate su blockchain sia on premise che in cloud. Il valore maggiore sta sicuramente nella comprovata esperienza di SIA nel portare sul mercato soluzioni tecnologiche e nel supporto implicito del mondo bancario.

Il 2019. Cosa ci aspetta quindi nel nuovo anno?

Per chi ha vissuto l’esperienza del boom delle dot-com nel 2000, l’ultimo anno è semplicemente la ripetizione di una storia già vista: crescita esponenziale dei valori legati a una tecnologia che promette di rivoluzionare il mondo (in quel caso Internet) e poi crollo repentino quando si è scoperto che il futuro non era dietro l’angolo. Ma quel crollo, che nell’immediato ha insinuato dei dubbi soprattutto nel mondo del business, ha dato vita ai colossi digitali di oggi che occupano stabilmente i primi posti delle aziende maggiormente capitalizzate nel mondo. Ha inoltre posto le basi per una profonda trasformazione di tutti i processi di business e che ha visto eccellere chi ha abbracciato la trasformazione anziché osteggiarla.

Per quanto riguarda la blockchain, ci troviamo, dopo il crollo, probabilmente all’inizio di un ciclo di “distruzione creativa” che porterà a una profonda trasformazione dei processi di business e delle relazioni tra imprese, istituzioni e individui. Il 2019, per tutti, dovrebbe essere l’anno della consapevolezza, del passaggio dal “OK, la blockchain, ma…” a “Proviamo a innovare…” e della nascita di una “Blockchain 2.0”, spogliata degli eccessi speculativi e pronta per il business. Con l’obiettivo chiaro di acquisire un vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti ed evitare invece di essere cannibalizzati da chi si affaccerà sul mercato senza il peso del passato.

Sul fronte tecnologico è probabile che Interoperabilità sarà la buzzword del 2019, perché nell’attuale panorama serve qualche certezza sugli investimenti in una tecnologia piuttosto che un’altra.

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